Paestum

Poseidonia

Età Greca


Terra abitata fin dalla preistoria, tant’è che sono stati scoperti manufatti risalenti all’età paleolitica (2.5milioni di anni fa) fino all’età del bronzo (3200 fino al 1200 a.C.).

Della nascita di Paestum non esistono notizie precise, ma si potrebbe ipotizzare che essa sia stata fondata da una minoranza di Dori Sibariti, cacciati via dalla maggioranza achea, verso la metà del VII secolo a.C. (700 a.C.).  La città di Sibari iniziò a creare colonie lungo la costa tirrenica, con funzioni commerciali:  una presso la foce del Sele, dove venne subito edificato un santuario dedicato ad Hera.

I Sibariti giunsero nella piana del Sele tramite vie interne che la collegavano al Mare Jonio. Grazie ad un intenso traffico commerciale, sia per mare – entrando in contatto con il mondo greco, etrusco e latino[6] – sia via terra – commerciando con le popolazioni locali della piana e con quelle italiche nelle vallate interne – si sviluppò velocemente l’insediamento che poi dovette dar luogo a Poseidonia.

Dal 560 a.C. al 440 a.C. si assiste al periodo di massimo splendore e ricchezza di Poseidonia, anche per la distruzione della città di Siris (=Policoro) sul Mar Jonio, da parte di Crotone, Sibari e Metaponto, con la conseguenza un predominio di Sibari in tutta la regione.

In questo splendore, distanza di cinquant’anni l’uno dall’altro, vengono, quindi  eretti  altri 3 Templi, la cosiddetta Basilica (550 a.C. circa), il Tempio “di Cerere” (500 a.C. circa) ed il Tempio “di Nettuno” unico nel suo genere, viene considerato l’esempio più perfetto di architettura dorica in Italia e in Grecia (450 a.C. circa).

Paistom

Età Lucana


I Lucani tra il 420 a.C. e 410 a.C., presero il sopravvento nella città, mutandole nome in Paistom.

Non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché dovette trattarsi di una conquista violenta. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio per la non distante Neapolis – Napoli).

Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di splendidi vasi dipinti (talora segnati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Maestro di Afrodite). Tale ricchezza doveva derivare in larga misura sia dalla fertilità della piana del Sele, sia dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità.

Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche.

Paestum

Età Romana


Nel 273 a.C. Roma sottrasse Paistom ai Lucani, vi insediò una colonia, e cambiò il nome della città in Paestum.

I rapporti tra Paestum e Roma furono sempre molto stretti: i pestani erano socii navales dei Romani, alleati che in caso di bisogno dovevano fornire navi e marinai. Le imbarcazioni che Paestum (e la non lontana Velia) fornirono ai Romani dovettero probabilmente avere un peso non irrilevante durante la Prima Guerra Punica. Nella Seconda Guerra Punica Paestum rimase fedele alleata di Roma: dopo la battaglia di Canne, Paestum addirittura offrì a Roma tutte le patere d’oro conservate nei suoi templi. La generosa offerta fu rifiutata dall’Urbe, che però non disdegnò, invece, le navi cariche di grano grazie alle quali i Romani assediati da Annibale entro le mura di Taranto poterono resistere. Come ricompensa della sua fedeltà, a Paestum fu permesso di battere moneta propria, in bronzo, fino ai tempi di Tiberio; tale conio si riconosce per la sigla “PSSC” (Paesti Signatum Senatus Consulto).

Sotto il dominio romano vennero realizzate importante opere pubbliche, che mutano il volto dell’antica polis greca: il Foro – che va a sostituire l’enorme spazio dell’agorà e che riduce l’area del santuario meridionale – il cosiddetto “Tempio della Pace”, probabilmente il Capitolium, il santuario della Fortuna Virile, l’anfiteatro. Anche l’edilizia privata rispecchia benessere di cui Paestum dovette godere in tale periodo, benché fossero state aperte due importanti arterie di comunicazione interne, la via Appia e la via Popilia: di fatto esse tagliavano Paestum fuori dalle grandi rotte commerciali, la via Appia collegando Roma direttamente all’Adriatico e di qui all’Oriente, la via Popilia attraversando la Magna Grecia lungo un percorso interno, lontano dalla città.

La città conobbe un fenomeno di cristianizzazione relativamente prococe: infatti sono documentati martirii al tempo di Diocleziano. Nel 370 d.C. un pestàno, Gavinio, vi portò il corpo dell’apostolo San Matteo, poi trasferito a Capaccio Vecchio ed infine a Salerno.

Il Tramonto


Il geografo Strabone testimonia che Paestum era resa insalubre da un fiume che scorreva poco distante e che si spandeva fino a creare una palude. Si tratta del Salso (identificato con Capodifiume), corso d’acqua che tuttora fluisce a ridosso delle mura meridionali, dove, in corrispondenza di Porta Giustizia, è scavalcato da un ponticello antico databile al IV secolo a.C. (400 a.C.). Caratteristica delle acque del Salso, ricordata da Strabone, era quella di pietrificare in breve tempo qualsiasi cosa, essendo ricchissime di calcare.

Tagliata fuori dalle direttive commerciali, insabbiatosi il suo porto, la vita dell’antica polis dovette ridursi ad un’esistenza di pura sussistenza. Con la crisi della religione pagana, sorse una basilica cristiana (chiesa dell’Annunziata). Un interessante caso di sincretismo religioso si ha nell’iconografia della Vergine venerata nell’area pestana: uno dei simboli della Hera poseidoniate, la melagrana, emblema di fertilità e ricchezza, passò alla Madonna, che difatti prese l’epiteto di Madonna del Granato.

Nell’ VIII secolo o IX secolo d.C (700 – 800 d.C.) Paestum venne definitivamente abbandonata dagli abitanti che si rifugiarono sui monti vicini: il nuovo insediamento prese nome dalle sorgenti del Salso, Caput Aquae, appunto, dal quale probabilmente deriva il toponimo Capaccio. Qui trovarono scampo dalla malaria e dalle incursioni saracene, portando con sé il culto di S. Maria del Granato, tuttora venerata nel santuario della Madonna del Granato.

Nell’XI secolo  (1000 d.C.) Ruggero il Normanno avviò un’operazione di depredamento dei materiali dei templi di Paestum, mentre Roberto il Guiscardo fece spogliare gli edifici abbandonati della città per ricavarne marmi e sculture da impiegare nella costruzione del Duomo di Salerno.

Riscoperta e Scavi


Con l’abbandono di Paestum, dell’antica città rimase solo un vago ricordo. In epoca rinascimentale (1300 -1500 d.C.) diversi scrittori e poeti hanno citato Paestum, pur ignorandone l’esatta ubicazione, ponendola ad Agropoli o addirittura a Policastro; si trattava soprattutto di citazioni erudite di Virgilio, Ovidio e Properzio, che ricordavano la bellezza ed il profumo delle rose pestane che fiorivano due volte in un anno.

Nel XVI secolo (1500 d.C.) il sito, però, iniziò a conoscere una nuova fase di vita, con la formazione di un minuscolo centro imperniato sulla chiesa dell’Annunziata. Soltanto agli inizi  del 1700 si cominciano a trovare accenni eruditi, in opere descrittive del Regno di Napoli, a tre “teatri” o “anfiteatri” posti a poca distanza dal fiume Sele. A seguito dell’apertura da parte di Carlo di Borbone dell’attuale SS18, che tranciò l’anfiteatro in due parti, si ebbe la definitiva riscoperta della città antica. Vennero così realizzati e pubblicati i primi rilievi dei templi, incisioni e stampe che ritraevano i templi ed i luoghi, disegni e schizzi degli ammirati visitatori che andavano via via aumentando. Celebri sono le splendide tavole del Piranesi (1778), del Paoli (1784), del Saint Non (1786). Lo storico dell’arte Winckelmann richiamò l’attenzione sui monumenti pestani, Goethe rappresentò suggestivamente l’incontro romantico con Paestum, con i suoi solenni e suggestivi ruderi, muti testimoni immersi nella desolazione della piana pestana.

A causa del calcare del Salso formatosi nel corso dei millenni, coprendo ogni cosa, non seguirono campagne di ricerche e di scavi, convincendo studiosi e archeologi che della città antica, oltre ai templi, non si fosse conservato nulla. Solamente  tra il 1907 e 1914, furono intrapresi degli scavi, prima l’area della “Basilica” poi in direzione del Foro; tra il 1925 ed il 1938 si completarono gli scavi del Foro e il “Tempio della Pace”, della via di Porta Marina, e dell’anfiteatro – Tempio di Cerere, e delle mura, e vennero individuate le cosiddette Porta Marina e Porta Giustizia.

Il 9 settembre 1943, Paestum fu interessata, dagli sbarchi delle forze alleate, a seguito dell’sbarco a Salerno. Dopo la II Guerra Mondiale gli scavi sistematici della città ebbero forte impulso, negli anni cinquanta si approfondirono le indagini, portando al recupero del “Tempio di Nettuno”.

Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, vennero scavate sistematicamente le numerose e ricchissime necropoli di Paestum, permettendo il recupero non solo di opere straordinarie e pressoché uniche, come la Tomba del Tuffatore, ma anche dei ricchi corredi funerari con le splendide ceramiche di produzione locale, opera di artisti rinomati come Assteas, Python ed il cosiddetto Pittore di Afrodite.

Paestum nel Grand Tour


Nel corso del XVIII secolo la moda del Grand Tour appassiona i giovani europei colti e benestanti. Il viaggio in Europa e in particolare in Italia, alla ricerca delle più belle opere d’arte, diventa allora imprescindibile per arricchire il loro bagaglio di esperienza. Roma, la Campania e Napoli in particolare (grazie agli scavi aperti a Pompei, Ercolano e Paestum, città della Magna Grecia) figurano tra i luoghi più frequentati e apprezzati.

Nel Grand Tour dei veri intenditori d’arte e cultura non poteva certo mancare una passeggiata tra i Templi della Magna Grecia. A Paestum uno dei siti più rappresentativi dell’antichità (classificato dall’ UNESCO in 1998 Patrimonio Mondiale dell’Umanità), arrivavano da ogni dove, e ancora oggi, studiosi e appassionati di storia e si ritrovavano a godere uno dei luoghi meglio conservati del VI secolo a.C..

Arrivarci in auto, da Napoli, sono meno di 100 chilometri, da Salerno meno di 50.

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