Il Tuffatore

La Camera

Il Tuffatore



Descrizione

Camera di 22 mq con balcone e aria climatizzata, TV a schermo piatto 40’, bagno privato di 18 mq, con balcone, doccia e vasca, asciugacapelli, specchio e set di cortesia, terrazzo ad angolo di 14mt con tavolo e sedie. Stendibiancheria. Divano con poltrone, mobili d’epoca.

La camera si trova al 1° piano, senza ascensore.

Pulizia giornaliera in camera.

Cassetta di sicurezza alla reception.

Parcheggio antistante la struttura riservato e gratuito.

Wi-fi free in tutta la struttura.

* Su richiesta sevizio sveglia mattutina e caffè in camera.

* Su richiesta possibilità di fare colazione in terrazzo privato.


Cenni di storia

La Tomba del Tuffatore

 

Uno dei più celebri reperti di valore inestimabile storico e artistico, l’unico esempio di pittura greca di età classica della Magna Grecia datato tra il  480-470 a.C..

Ritrovata qui a Paestum dall’archeologo Mario Napoli il 3 giugno del 1968, fu una scoperta unica, mai più ripetutasi, eccezionale in quanto le pareti del manufatto e, cosa ancor più insolita, la stessa lastra di copertura, sono interamente intonacate e decorate con pittura parietale con soggetto figurativo, realizzata con la tecnica dell’affresco. Le lastre sono in  pietra calcarea di travertino locale.

Il pittore ha utilizzato la tecnica a tempera con il procedimento della sinopia (termine indica lo schizzo di un disegno eseguito con lo stesso colore in ocra rossa) su un intonaco di calce e sabbia, applicato in due strati dei quali il più sottile, in superficie, ben levigato e liscio, contiene anche una polvere di marmo che gli conferisce brillantezza e consistenza. L’uso di figurazioni nelle sepolture era tipico dell’Etruria, infatti tutto il contesto iconografico è anomalo in un manufatto di ambiente magnogreco, ove le tombe erano al più decorate con stile calligrafico.
La sepoltura viene attribuita, presumibilmente ad un giovane, il corredo funerario rinvenuto all’interno della tomba a cassa era costituito da un’unica lekythos, un vaso dal corpo allungato a figure nere, una lyra, strumento musicale a corde, e due ariballi globulari per unguenti in alabastro.

Alcune delle scene rappresentate richiamano una cornice conviviale, un banchetto, interpretando schemi tipici e di ampia diffusione nella ceramica attica a figure rosse. Dieci uomini inghirlandati, adagiati sui tipici letti triclinari, le klinai, sorpresi in pose simposiali, animano le raffigurazioni delle pareti più lunghe. Le mani sono impegnate a sorreggere le kylikes, o ad impugnare strumenti musicali, il diaulos o la lira.

Musica e conversazione si inframezzano a invocazioni al bere o all’intrattenimento del kottabos (gioco molto diffuso nel mondo greco). Due ospiti, posate le coppe su un basso tavolino, indugiano in gesti di affetto omosessuale sotto lo sguardo incuriosito di un terzo. Un altro convitato, accompagnato dal flauto del suo vicino, si cimenta in un canto, reclina il capo e la mano va a toccarsi la fronte, abbandonandosi al gesto convenzionale dell’estasi. Alla kylix  (coppa da vino) protesa da uno dei simposianti, sembra fare eco, da una delle pareti corte, un giovane convitato il quale, attinto il vino da un grosso cratere inghirlandato, posato su un tavolo festonato, se ne allontana recando con sé una oinochoe (vaso da vino).

Su una delle pareti piccole una giovane auleta (musicista) inaugura un breve corteo scandendo, al suono del suo strumento, l’incedere leggero e danzante di un efebo nudo, forse un atleta che, le spalle cinte appena da un leggero drappo azzurro, pare quasi indugiare nell’ampio gesto disteso della mano destra.

Chiude il corteo un più maturo uomo barbato, forse un paidagogos, ammantato da un chitone ed appoggiato al nodoso bastone da passeggio. Sulla lastra di copertura vi è infine la celebre scena che ha dato il nome alla sepoltura, un giovane nudo sospeso per sempre nell’istante del tuffo solitario in uno specchio d’acqua. Tuffo che rappresenta il passaggio dalla vita alla morte.

Le scene simposiache sono correntemente interpretate come un convivio funebre. Un’interpretazione simbolica, quale emblema di un trapasso ultraterreno, si presta bene a denotare la scena del tuffo. La piattaforma da cui si slancia il tuffatore allude forse alle pulai, le mitiche colonne poste da Ercole a segnare il confine del mondo. Lo specchio d’acqua, secondo la stessa opinione dello scopritore, con il suo orizzonte curvo e ondulato, rappresenterebbe quindi il mare aperto e ondoso.

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